di Avv. Alessandro Ricciuti (Presidente Animal Law)
Sono stati assolti per “legittima difesa” i due pastori che il 18 luglio 2014 a Breno, in provincia di Brescia, presero a calci e bastonarono ripetutamente un cane meticcio di nome Moro, fino a ucciderlo scagliandogli in testa una pietra.
Un gesto violento e del tutto incomprensibile, i cui autori, padre e figlio, vennero subito identificati grazie alle fotografie inviate al Quotidiano di Brescia da un passante rimasto anonimo e furono quindi denunciati. Pur non negando i fatti, sin dalle prime battute dell’inchiesta si difesero sostenendo di non essere dei criminali: il padre disse ai giornali che il cane aveva fatto «una cosa talmente grave che non potevo non fare nulla». Eppure, durante le indagini era subito emerso che più volte i pastori si erano lamentati della scarsa ubbidienza del cane. Il sospetto era quindi che avessero agito per il motivo futile e abietto di “dare una lezione” a un cane un po’ problematico.
La diffusione delle immagini e l’intera vicenda all’epoca dei fatti suscitò notevole sgomento nell’opinione pubblica, chiaramente orientata per la colpevolezza dei due pastori, che avevano agito con efferata violenza, peraltro alla presenza di un ragazzino, che aveva potuto assistere alla scena. Inoltre, lo stesso primo cittadino di Breno aveva in un primo momento annunciato provvedimenti esemplari nei confronti dei responsabili, inclusa la revoca della concessione della malga di proprietà comunale gestita dalla famiglia. Una promessa che però in seguito cadeva nel vuoto, tanto che nel marzo di quest’anno l’Amministrazione ha rinnovato la concessione.
Pochi giorni fa, la doccia fredda: il Giudice monocratico ha deciso per l’assoluzione, con la formula “il fatto non sussiste”, dando pienamente ragione alla tesi della difesa, che sosteneva che i due pastori avrebbero agito solo per necessità, dovendo rispondere all’aggressione del cane. Un cane meticcio ma non selvatico, di appena un anno e mezzo, che padre e figlio ben conoscevano. Il pm aveva invece chiesto la condanna alla pena di 1 anno e 11 mesi di reclusione.
L’opinione degli esperti
Abbiamo chiesto un parere sulla vicenda all’etologo e filosofo Roberto Marchesini, il quale ha così commentato:
Ancora una volta si dimostra come per il nostro ordinamento gli animali non debbano essere considerati come esseri senzienti, che in quanto tali rientrerebbero nel registro minimo perlomeno di pazienti morali. No, loro restano nient’altro che oggetti, a cui è permesso fare qualunque cosa. Anzi, peggio, perché se qualcuno osasse tanto nei confronti di un oggetto umano sconterebbe una pena sicura. Anche quando la ferocia è eclatante, gratuita, manifestamente crudele, anche in questo caso l’animale non merita alcun rispetto, alcuna attenzione. Questa assoluzione è vergognosa, priva di scusanti, terribilmente indicativa di quanto siamo lontani persino dal minimo barlume della compassione.
Rincara la dose la D.ssa Francesca Sorcinelli, presidente LINK-ITALIA (APS) la quale evidenzia che «far assistere un minore ad un atto di violenza o costringerlo a partecipare ad un atto di violenza è una forma riconosciuta di violenza psicologica che, se viene agita da un genitore, rientra nelle forme specifiche di violenza assistita intrafamiliare. Nello specifico, le implicazioni dell’esposizione di minori alla violenza su animali sono oggi delineate da una centenaria letteratura scientifica internazionale e dalla più recente letteratura scientifica italiana per cui il maltrattamento di animali da parte di un minore deve essere interpretato come fenomeno predittivo di contemporanei e/o successivi altri comportamenti devianti, antisociali, criminali quali aggressioni alle persone e distruzione di proprietà – utilizzando spesso il fuoco; furti caratterizzati dalla presenza di una vittima come borseggio, estorsione, rapina a mano armata; rapimento, violenza sessuale, assalto con particolare riguardo al fenomeno degli Spree Killer, omicidio con particolare riguardo al fenomeno dei Serial Killer. In altre parole, i comportamenti antisociali e criminali sopracitati sono in termini statisticamente rilevanti l’escalation di un primo comportamento violento, deviante e criminale quale è il maltrattamento e l’uccisione di animali».
Conclude la Sorcinelli «se da una parte affermare che il maltrattamento e/o uccisione di animali sia un preciso indicatore di pericolosità sociale, finalmente oggi anche per l’Italia è il risultato di uno scientifico processo statistico – matematico di analisi del fenomeno, dall’altra la mancanza di un riconoscimento giuridico e sociale all’altezza della sua gravità non consente la necessaria combinazione con una tempestiva e adeguata risposta ambientale di rinforzo negativo. Del resto, il maltrattamento e uccisione di animali che dalle Polizie Internazionali è considerato un potente indicatore di pericolosità sociale e da “cosa nostra” il tirocinio più efficace per l’iniziazione dei minori alla vita delinquenziale, in Italia, è ancora considerato un reato di serie C, o nemmeno percepito come tale. Di conseguenza, culturalmente parlando, la malavita organizzata avendo capito le implicazioni sociali del maltrattamento di animali dispone di uno strumento in più nel perseguire i propri scopi della società civile e professionale».
Alcune considerazioni
Nell’attesa di leggere le motivazioni della sentenza e fermo restando il doveroso rispetto per le decisioni della magistratura giudicante, non resta che registrare con rammarico che questa decisione non soddisfa e non regge, né da un punto di vista giuridico, né logico, né tantomeno morale. Per giungere all’assoluzione, il Giudice deve aver ritenuto che l’uccisione con numerose bastonate e lapidazione — quindi a seguito di efferata e prolungata violenza — fosse una reazione accettabile, normale e non sproporzionata rispetto all’aggressione da parte del cane. Aggressione peraltro non provata e che, a nostro avviso, anche qualora fosse stata provata non avrebbe potuto spostare la bilancia della giustizia a favore dell’assoluzione. Perché se è vero che un cane può diventare aggressivo e anche mordere, questo non può essere certo un pretesto sufficiente per ucciderlo a sangue freddo, dopo avergli inflitto diversi minuti di atroce sofferenza. Ammettendo pure la necessità di reagire a un’aggressione, non si spiega e non si può in nessun modo giustificare l’accanimento e la violenza del tutto gratuita, come nel caso è avvenuto nel luglio 2014 tra le valli bresciane.
La decisione di Brescia è in netta controtendenza con la giurisprudenza dello stesso Tribunale, che si era distinto per la condanna dei responsabili dell’allevamento di cani beagle “Green Hill” di Montichiari, per il processo ai vertici del “macello degli orrori” di Ghedi e dove è pendente anche un processo per maltrattamento di vitelloni per recisione delle corna oltre l’età legalmente consentita (quest’ultimo dalle valenze innovative, trattandosi di animali da reddito). L’assoluzione dei due pastori rappresenta quindi un pericoloso precedente, in quanto l’autore di comportamenti violenti si potrà giustificare sostenendo la tesi della provocazione / aggressione, senza doversi curare di mantenere una minima proporzione tra offesa e reazione. Si apre la strada a facili scappatoie dalla responsabilità penale: se la tesi della legittima difesa da vere o presunte aggressioni verrà seguita da altri giudici, si potrebbe potenzialmente giungere persino alla disapplicazione della fattispecie di uccisione di animali, che perderebbe di colpo gran parte della sua efficacia applicativa.
Il sempre più conclamato collegamento tra violenza sugli animali e patogenesi di comportamenti criminali dovrebbe, al contrario, indurre a prendere più seriamente la repressione di questi reati, che assumono una nuova rilevanza non soltanto alla luce della mutata sensibilità verso gli animali ma anche in via funzionale a garantire finalità di prevenzione generale.
Passi falsi come questo rappresentano un grave passo indietro per la nostra civiltà giuridica, che ancora riserva agli animali un ruolo inadeguato a quello che la sensibilità della società è andata delineando nel corso degli ultimi decenni. Ci auguriamo quindi che la Procura decida di appellare la sentenza. Anche Animal Law si unirà alla richiesta in tal senso che anche altre associazioni faranno pervenire a gennaio al Procuratore della Repubblica di Brescia, affinché possa essere ristabilito il semplice principio che l’uccisione non necessitata e crudele di un animale è un reato senza se e senza ma, come prevede la legge sin dal 2004.